Pisciotta: Quando le Pietre Parlano di Noi
Immagino di leggere il taccuino di un viaggiatore del Grand Tour nel Cilento
di Antonio Tomei
C’è un silenzio particolare che avvolge Pisciotta in questi giorni di dicembre. Non è il silenzio vuoto delle località turistiche fuori stagione, ma qualcosa di più denso, quasi rispettoso. Come se il borgo medievale, arroccato sulla sua collina che guarda il mare, stesse trattenendo il respiro prima di raccontare.
L’Osteria del Borgo Diventa Galleria della Memoria
Sono tornato qui, nell’Osteria del Borgo, nel cuore pulsante del centro storico. Ma oggi non vengo per il cibo—per quanto la cucina cilentana sia una liturgia dei sensi. Vengo perché la sala dell’osteria si è trasformata. Al centro, una dozzina di treppiedi reggono decine di fotografie in bianco e nero che guardano i visitatori con l’intensità silenziosa del passato. È la terza edizione di “Il viaggio della memoria”, e quest’anno il percorso espositivo è più stratificato, più profondo.
L’Archivio di Dario Di Siervi: Quando la Cronaca Diventa Storia
Il fulcro di tutto è Dario Di Siervi, che non era un fotografo nel senso convenzionale del termine. Era un carabiniere con l’anima da cronista, che negli anni Ottanta ebbe l’intuizione visionaria di fondare Tele Pisciotta, una delle prime TV private del Cilento. Non era solo intrattenimento: era testimonianza, era preservazione, era amore fatto pellicola.
Dario non c’è più, ma sua moglie Antonietta ha fatto un dono generoso alla comunità: l’intero archivio fotografico. Migliaia di istanti cristallizzati che oggi costituiscono la spina dorsale di questa mostra. Mi fermo davanti a una panoramica dei primi del Novecento. Pisciotta è ancora intatta, quasi sospesa fuori dal tempo. Le case si stringono le une alle altre come per proteggersi, il campanile veglia dall’alto. Non c’è nostalgia in questa immagine—c’è continuità. Quel borgo è ancora qui, sotto i miei piedi, nelle pietre che calpesto.
Luigi Gatto: Custode Digitale della Memoria Collettiva
Oggi quella “Tele Pisciotta” non esiste più nella sua forma scatolata di un tempo, ma vive attraverso i social grazie a Luigi Gatto, custode contemporaneo di questa eredità visiva. Gatto è uno di quegli uomini carismatici che hanno fatto della memoria non un mestiere, ma una missione. Sui suoi canali social scorrono volti, feste, processioni, momenti quotidiani che altrimenti sarebbero evaporati nel nulla. In una società che corre verso l’oblio, lui cammina contromano, e ogni post è un atto di resistenza appassionata e che non dispiace.
Mi raccontano che quest’anno ad arricchire la mostra ci sono anche gli scatti di Nicola De Feo, priore onorario dell’Arciconfraternita di Sant’Aniello, che ha curato una selezione particolare per questa edizione: le portatrici di cinte e i portatori di statue durante le processioni. Sono immagini potenti. Donne con il capo coperto, la schiena dritta, lo sguardo concentrato nel gesto rituale. Uomini che reggono il peso delle statue come se reggessero il peso della comunità stessa.
In queste fotografie vedo qualcosa che va oltre la religiosità: vedo identità, appartenenza, quel filo invisibile che lega generazioni. Le processioni non sono folklore—sono il momento in cui un paese si riconosce, si conta, si racconta a se stesso.
Poi c’è Rosaria Delli Santi, titolare del Bar Germania, pisciottana con l’accento francese, poiché nata in Belgio da genitori Pisciottani, che ha il virus della memoria. Anche lei ha collezionato con cura maniacale le testimonianze del passato, e molte delle sue fotografie sono inedite, mai viste prima. C’è una foto di gruppo scolastico degli anni Sessanta. I bambini indossano grembiuli neri, i maschi hanno tutti lo stesso taglio di capelli. Sorridono, ma con una serietà che oggi i bambini hanno perso—o forse hanno guadagnato la leggerezza che a quei bambini mancava. Non so quale sia meglio. So solo che quella foto mi commuove.
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I Viaggiatori del Grand Tour e Pisciotta nei Disegni Storici
Due riproduzioni attirano particolarmente la mia attenzione: disegni di viaggiatori del Grand Tour che raffigurano Pisciotta nel 1776 e nel 1888. Li ha messi a disposizione il prof. Massimino Iannone, studioso locale che da anni scava negli archivi europei alla ricerca di tracce del Cilento nei diari dei viaggiatori stranieri. H.W. Williams, Thomas Wyse—nomi che risuonano nelle biblioteche di Londra e Dublino, aristocratici in cerca di antichità greche e romane che quasi per caso documentavano la vita dei borghi.
È curioso: Pisciotta era una sosta, un’annotazione marginale nei loro taccuini. Eppure oggi quei disegni sono preziosi quanto qualsiasi reperto archeologico. Mi piace pensare che io stesso sia un viaggiatore del Grand Tour contemporaneo. Vengo da fuori, guardo con occhi diversi, cerco di capire. Ma a differenza di quei nobili settecenteschi, io torno, sempre. Perché il Cilento non è un posto da attraversare: è un posto da abitare, anche solo con il cuore.
Durante il suo viaggio a Pisciotta Arthur John Strutt descrive un gruppo di ragazze del luogo. «Queste ragazze erano tutte graziose e ben formate. Esse trasportavano pesanti fardelli con sorprendente destrezza ed equilibrio per un impervio sentiero conducente al mare dove c’erano due brigantini che dovevano trasportarla a Napoli». In paese per la prima volta da quando avevano lasciato Napoli i loro passaporti furono controllati. Il funzionario, dopo aver dato uno sguardo ai documenti, li indirizzò ad un negozio fornito di tutto, dove comprarono molta roba. *
I fotografi del mondo
Non è finita qui, perché troviamo ancora i quattro scatti contemporanei. Gerardo Puglia da New York, Domenico Laviano da Milano, Antonio Motta da Regensburg, Gerardo Chierchia dall’Australia. Quattro pisciottani sparsi per il mondo che continuano a fotografare il loro paese natale quando tornano.
Questo mi dice tutto sulla forza di questi luoghi: puoi andartene, puoi attraversare oceani, puoi costruirti una vita altrove. Ma Pisciotta resta dentro, come un tatuaggio invisibile. E quando torni, impugni la macchina fotografica come si impugna una preghiera.
Sul muro, una citazione del professor Ignazio Buttitta dell’Università di Palermo: “Fare Memoria è una delle attività più nobili dell’uomo”. Continua spiegando che è necessario recuperare dalla storia della comunità quei valori ed energie per affrontare le sfide del futuro.
Ecco perché continuo a tornare nel Cilento. Ecco perché mi aggiro per questi borghi silenziosi, parlo con gli anziani, ascolto le storie, fotografo i volti. Non è nostalgia—è resistenza. Resistenza all’oblio, alla fretta, all’uniformità. Il Cilento è tranquillo, sì. Ma non è addormentato. È attento. Custodisce qualcosa che il resto del mondo sta perdendo: la consapevolezza che siamo anelli di una catena, che veniamo da qualcuno e andremo verso qualcuno, che la memoria non è zavorra ma bussola.









